top of page

FOCUS SU GABRIEL GARCÍA MÁRQUEZ

Dice in una vecchia, vecchissima intervista – erano passati appena quattro anni da che la gran fama aveva cominciato a investirlo: «L’altro giorno, nel tempo morto tra un treno e l’altro, mi sono rifugiato in un bar di Zurigo. Era tutto buio, un uomo suonava il pianoforte nell’ombra, e i pochi clienti che c’erano erano coppie innamorate. Quel pomeriggio ho realizzato che, se non fossi stato uno scrittore, avrei voluto essere l’uomo che suonava il pianoforte, senza che nessuno lo vedesse in faccia, solo perché gli innamorati si amassero l’un l’altro di più».

A dieci anni dalla morte, avvenuta nel 2014 a Città del Messico, a venti dalla pubblicazione del suo ultimo romanzo, Memoria delle mie puttane tristi, arriva il magnifico tocco finale all’eredità del grande scrittore colombiano Gabriel García Márquez.

CI VEDIAMO IN AGOSTO, scritto finora inedito che Mondadori pubblica a cura di Cristobal Pera, con una nota dei figli dello scrittore, Rodrigo e Gonzalo García Barcha, nella traduzione di Bruno Arpaia, sarà in libreria dal 6 marzo 2024.

Il testo faceva parte dell’archivio personale dello scrittore, che appartiene all’Harry Ransom Center dell’Università del Texas, negli Stati Uniti. Questo centro, specializzato in discipline umanistiche, ha acquisito la collezione per 2,2 milioni di dollari: 20 scatole di cartone, con una moltitudine di documenti, foto e quaderni, tra cui dieci versioni di Ci vediamo in agosto.

Nel libro, la cui trama è presto detta – ogni agosto Ana Magdalena Bach prende il traghetto per l’isola dove è sepolta sua madre per visitare la tomba in cui giace; queste visite finiscono per essere un invito irresistibile a diventare una persona diversa per una notte all’anno – un vero e proprio inno alla vita, alla resistenza del godimento nonostante il passare del tempo e al desiderio femminile.

Qualche nota biografica sul maestro del realismo magico.

Esordisce con un breve romanzo: Foglie morte, uscito in Colombia 1955, quando già da tempo faceva il giornalista, per la cui pubblicazione in Italia aspetteremo ventidue anni. Nel 1982 consegue il Premio Nobel per la Letteratura, ed è proprio in occasione del ritiro del premio più ambito al mondo che Márquez esprime quelle profonde convinzioni che testimoniano la sua visione storica e il suo impegno politico: «Noi inventori di favole, che crediamo a tutto, ci sentiamo in diritto di credere che non è ancora troppo tardi per intraprendere la creazione» di una «nuova e devastante utopia della vita, dove nessuno possa decidere per gli altri, addirittura il modo in cui morire, dove davvero sia certo l’amore e sia possibile la felicità, e dove le stirpi condannate a cento anni di solitudine abbiano finalmente e per sempre una seconda opportunità sulla terra».

Pure senza militare mai in alcun partito, nel corso della sua vita ne sostiene diversi. A Caracas, per esempio, quando gli viene conferito il premio letterario Rómulo Gallegos per il romanzo Cent’anni di solitudine, Márquez dona i 100mila dollari del riconoscimento al partito venezuelano Movimento al Socialismo (Mas) dell’amico Teodoro Petkoff.

Nel 1999 si ammala, ma supera il cancro, e continua a scrivere e a lavorare. Compare in pubblico per l’ultima volta, in buona salute, alla fine del 2013, ma l’anno successivo, all’età di 87 anni, muore in una clinica di Città del Messico. L’allora presidente della Colombia dispone il lutto nazionale per tre giorni.

Veniamo ad alcune delle opere con cui il grande scrittore dà vita a quei mondi indimenticabili che gli hanno dato la fama, in cui il reale si confonde con il prodigioso e l’immaginazione diventa elemento imprescindibile della quotidianità.

Considerato tra le opere più significative della letteratura del Novecento, CENT’ANNI DI SOLITUDINE, il capolavoro del maestro, viene pubblicato da una casa editrice di Buenos Aires nel 1967. Nel giro di pochi mesi piovono le proposte di contratto da parte di case editrici estere. Tra loro, Feltrinelli, che nel 1968 lo propone al pubblico italiano, ed è amore a prima vista. Il romanzo narra le vicende di sette generazioni della famiglia Buendía, il cui capostipite, José Arcadio, fonda alla fine del XIX secolo la città di Macondo. C’è davvero tutto dell’universo interiore del maestro, nei Cent’anni del Gabo: vita, morte, amore, odio, guerra, pace, perversione, eros, infanzia, adolescenza, giovinezza, maturità, vecchiaia. C’è l’uomo intero, non considerato nella sua individualità, o almeno non solo, ma rappresentato come comunità, come collettività in divenire: i nomi dei personaggi si ripetono di generazione in generazione non per vezzo, ma perché, aldilà dello scorrere del tempo, rappresentano vividamente i principi e le strutture mentali che definiscono la condizione umana.

Qualche anno dopo, nel 1981 (in Italia l’anno successivo), viene dato alle stampe CRONACA DI UNA MORTE ANNUNCIATA. Ispirato ad eventi reali avvenuti trent’anni prima, il romanzo utilizza una tecnica di tipo giornalistico, cronachistico, per narrare un crimine passionale. In una cittadina della costa caraibica, Bayardo San Román, e Ángela Vicario si sposano. Durante la loro prima notte insieme, Bayardo scopre che la moglie non è vergine e “restituisce” la sposa ai genitori. Interrogata dai fratelli, Ángela sostiene che a disonorarla sia stato Santiago Nasar, un vicino di casa. I fratelli Vicario – Pedro e Pablo –, all’apparenza persone mansuete, annunciano a gran voce in paese l’intenzione di uccidere Nasar che, unico ad essere tenuto all’oscuro, scoprirà la trama alle sue spalle solo un attimo prima di morire, pugnalato a morte davanti agli occhi di coloro che sapevano e non hanno fatto nulla per impedire il delitto. È un’intera comunità, così suggerisce Márquez, a partecipare indirettamente al crimine, ed è questa la considerazione che sta al cuore del romanzo.

Ispirato alla relazione tra i genitori del Gabo, L’AMORE AI TEMPI DEL COLERA è il primo romanzo pubblicato dopo il premio Nobel. Da giovani, Florentino Ariza e Fermina Daza si innamorano perdutamente, ma Fermina decide di sposare un ricco medico. Florentino prosegue la sua vita, prospera nel lavoro e assomma ben 622 piccole storie d’amore. Quando il marito di Fermina muore, Florentino si reca al suo funerale e, a cinquant’anni, nove mesi e quattro giorni di distanza, dichiara il suo amore, sempre puro, ancora intatto, alla donna ormai anziana, che lo contraccambierà.

Il romanzo diviene subito un bestseller e un successo di critica. Le sue traduzioni in altre lingue ottengono numerosi premi, tra cui quello del Los Angeles Times per la migliore narrativa negli Stati Uniti (1988),  il Premio Gutenberg per il miglior romanzo straniero in Francia (1989). Nel 2007, sotto la direzione del regista inglese Mike Newell, ne viene tratto un film con la colonna sonora di Shakira, che Márquez aveva intervistato anni prima per la rivista Cambio.

DELL’AMORE E DI ALTRI DEMONI, pubblicato in Italia nel 1994, racconta della passione disperata di un giovane sacerdote ed esorcista, Cayetano Delaura, per Sierva María, una ragazza di dodici anni, destinata dal padre a morire nella prigionia di convento poiché la rabbia trasmessale dal morso di un cane viene scambiata per possessione diabolica. Anche qui, l’ispirazione alla storia viene da un dato di cronaca: il 26 ottobre 1949, Gabriel García Márquez, in veste di giornalista, veniva inviato nell’antico convento di Santa Clara ad assistere allo svuotamento delle cripte funerarie. Vengono riesumati i resti di un viceré del Perù e della sua amante segreta, di un vescovo, di diverse badesse, di un baccelliere e di una marchesa. Quando viene scoperchiata la terza nicchia dell’altare maggiore, compare una chioma color rame lunga ventidue metri e undici centimetri, appartenente ad una ragazza. Sulla lapide dell’uomo si legge a malapena: Sierva María de Todos los Ángeles.

Dieci anni dopo Dell’amore e di altri demoni uscirà quello che fino a che non è stata annunciata la pubblicazione di Ci vediamo in agosto si riteneva l’ultimo lavoro di narrativa del maestro colombiano. A proposito di MEMORIA DELLE MIE PUTTANE TRISTI, il critico Antonio D’Orrico scrive nel 2004 definendolo «un bolero in prosa dalle parole come pietre preziose e dai sentimenti come animali vivi». E, aggiunge con un’iperbole: «Ogni volta che Márquez scrive la Terra torna a essere come era quando era il paradiso terrestre».

Memoria delle mie puttane tristi, che annuncia fin dal titolo la miseria dei rapporti prezzolati, il sopruso sulle donne che essi celano, racconta di un vecchio giornalista che per festeggiare i novant’anni si regala una vergine, una ragazzina di quattordici anni. In fondo, nulla di così straordinario per uno che nella vita, per il sesso, ha sempre pagato. Eppure, proprio quando l’unica vera avventura che gli resta davanti è quella della morte, incontrerà in quest’adolescente operaia, nella sua verginità in vendita, il suo primo sentimento d’amore.



8 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti

Comentários


bottom of page