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LE RAGAZZE FANNO GRANDI SOGNI

Un filo indistruttibile lega le suffragette del XIX secolo alle donne di oggi. Grandi le conquiste, da allora, ma innegabile il fatto che ai giorni nostri si continui a vivere in una società di matrice patriarcale e sessista. Fondante, dunque, centrale più che mai la questione culturale. Come dice Murgia in Accabadora (Einaudi, 2009) «ogni volta che apri bocca per parlare, ricordati che è con la parola che Dio ha creato il mondo».

Ed è proprio di parole che vogliamo nutrire la Festa della Donna di quest’anno, con sei libri diversi tra loro per taglio e approccio, accomunati però tutti da uno stesso orizzonte ideale.

Un testo fondamentale per la concezione moderna di femminismo è SPUTIAMO SU HEGEL, della scrittrice e critica d’arte Carla Lonzi (La Tartaruga, edizione del 2023 curata dalla filosofa Annarosa Buttarelli) che, uscito nel 1970, ha saputo cambiare il linguaggio con cui le donne parlano di sé stesse e della propria sessualità. Pubblicato in prima istanza dalla casa editrice del gruppo di Rivolta Femminile, fondato dalla stessa Lonzi con la giornalista e scrittrice Elvira Banotti (colei che nel 1969 contestò in diretta televisiva Indro Montanelli per il suo rapporto con una bambina eritrea) e Carla Accardi, pittrice e sodale di Lonzi dai tempi del suo lavoro come critica d’arte, la raccolta comprende, insieme a Sputiamo su Hegel, alcuni saggi chiave del pensiero femminista di Lonzi, come Sessualità femminile e aborto e Donna clitoridea e donna vaginale, ed è proposta senza prefazioni o commenti perché, sostiene Buttarelli, «questi sono scritti che non sopportano commenti, spiegazioni, interpretazioni che spegnerebbero la loro forza travolgente, la loro intensa, parlante presenza…».

L’attivista ed esperta in studi di genere Irene Facheris, fondatrice di Bossy, associazione no profit che si occupa di parità nel senso più ampio del termine, in NOI C’ERAVAMO. IL SENSO DI FARE ATTIVISMO (Rizzoli, settembre 2023), invita attiviste e attivisti alla coesione e a rilanciare l’azione comune. L’intento del volume, fondato in buona parte sui risultati di un questionario sul tema al quale hanno risposto più di mille persone, è quello di «risolvere le faide interne e rischiarare ombre e ambiguità che fanno spesso perdere di vista il vero obiettivo, ovvero il bene comune». D’altronde, il noi è noi sempre, non «noi solo fino a quando siete d’accordo con me».

È un altro tipo di sguardo quello che la giornalista di origini tedesche e francesi Annabel Hirsch offre in UNA STORIA DELLE DONNE IN 100 OGGETTI, uscito per Corbaccio a fine 2023. Con un taglio aneddotico e decisamente personale, Hirsch enumera oggetti a partire dal 30.000 a.C., epoca in cui si individua per alcuni il primo oggetto simbolo del processo di civilizzazione: un “osso femorale guarito”, frutto, certamente, della cura da parte di una donna. Di lì, procedendo nel tempo, passiamo per il Papiro di Saffo del VII secolo a.C., per la miniatura tratta da La città delle Dame del 1405, per il dildo di vetro del XVI secolo, per la macchina da cucire Singer del 1851, il bikini del 1947, la coppetta mestruale degli anni Dieci del Duemila.

Laura Tripaldi, una delle più originali intellettuali della nuova generazione, scienziata e femminista, in GENDER TECH (Laterza, settembre 2023), racconta gli aspetti più controversi delle cosiddette tecnologie di genere – dalla pillola contraccettiva, all’ecografia a ultrasuoni, alle app di period tracking, sottolineando come i processi tecnologici siano occasioni di emancipazione solo se vengono intesi come spazi aperti e condivisi. Dichiara la scrittrice a proposito di questo suo nuovo lavoro: «ll capitolo che ho scritto con più passione e, allo stesso tempo, con più fatica è quello che riguarda la nascita dell’ecografia e la rappresentazione del feto, che siamo abituati a considerare un oggetto naturale, ma di cui in realtà conosciamo solo ciò che ci viene trasmesso attraverso lo sguardo della tecnologia (…). Perciò ho tracciato la storia dell’iconografia del feto a partire dal Settecento per capire come la sua immagine si sia evoluta nel corso del tempo fino a oggi, diventando il simbolo principale delle battaglie degli antiabortisti».

Ilaria Maria Dondi, giornalista e responsabile di Roba da Donne, testata digitale che promuove un linguaggio e una visione femminile inclusiva e libera, nel suo LIBERE DI SCEGLIERE SE E COME AVERE FIGLI (Einaudi, 16 gennaio 2024), parte dall’assunto che «a livello terminologico una donna senza figli è, in generale, una non madre, o dal punto di vista anagrafico, una non ancora madre o mai più madre. Mamma in potenza o non mamma senza possibilità di appello, in ogni caso, una donna senza figli non ha evidentemente diritto a un nome, se non per negazione o per sottrazione».

Su un’affermazione specifica contenuta in DARE LA VITA – ultimo lavoro di Michela Murgia (Rizzoli, 2024), secondo la quale le donne ricominceranno a fare figli solo quando questo non comporterà il sacrificio delle loro vite, la giornalista si dichiara perfettamente d’accordo: «Un tempo i figli venivano fatti perché servivano braccia che lavorassero in campagna, persone a cui lasciare in eredità le proprie ricchezze oppure soldati che andassero in guerra. Oggi, al contrario, il sostentamento dei figli è, fino a un’età molto avanzata, tutto sulle spalle dei genitori e questo fa sì che metterli al mondo non produca più una “ricchezza” come in passato. La conseguenza è che la decisione se farli o meno oggi non può che essere frutto di una scelta applicata a un desiderio o a una progettualità».


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